B – 3. Interessi molto ristretti e fissi

Stamattina, come tutte le mattine, mi sono svegliato alle sei, ho fatto colazione, mi sono fatto una doccia e ho cominciato a scrivere.

E mentre attendevo con tenerezza e compassione che il mio vecchio laptop si accendesse, mi è venuta in mente una domanda che mi sento porre costantemente: ma tu, dove trovi il tempo di fare tutto? La risposta è che, rispetto a quello che vorrei fare, mi sembra di lasciare fuori tantissime cose. D’altra parte mi rendo conto che a chi mi sta intorno posso apparire tutto tranne che pigro; dove gli altri vedono impegni, tempo da sottrarre alla partita a calcetto, al film o all’uscita del sabato sera, io semplicemente vedo il piacere di fare qualcosa che mi gratifica. Così, quando mi domandano dove trovi il tempo di fare tutto, rispondo: B-3.

Il criterio diagnostico B-3 del DSM-5 comprende quegli “Interessi molto ristretti e fissi, anomali per intensità o focalizzazione (come un forte attaccamento o preoccupazione per oggetti inusuali, interessi eccessivamente circoscritti o perseverativi)

No, qui non si parla dell’hobby del bricolage o di quella necessità compulsiva di guardarsi tutta una stagione della serie preferita in una notte. Qui parliamo di interessi molto forti, tanto forti che assumono un carattere di necessità per la persona che li ha nella propria vita in quel momento specifico.

Sono spesso interessi per argomenti peculiari, insomma cose strane. Io da bambino (fino alla prima adolescenza) avevo sviluppato una passione maniacale per i sistemi di allarme. Parlavo esclusivamente di allarmi, costruivo circuiti elettrici per sistemi di allarme, in ogni appartamento o automobile in cui mettevo piede individuavo immediatamente il tipo di antifurto, ne specificavo ai proprietari i pregi e spesso anche le vulnerabilità, con loro immensa gioia. Il mio soprannome in famiglia era diventato Alarm, e dopo un po’ di tempo amici e parenti cominciarono a chiedermi di installargli sistemi di allarme sulle loro macchine.

Questo è un interesse speciale. E questo interesse speciale, improvvisamente com’è arrivato, se n’è andato. Puf! Un giorno mi sono accorto che avevo approfondito l’argomento a sufficienza e non avevo più interesse ad andare oltre. E ho cominciato a studiare le tecniche di costruzione degli strumenti a tastiera del periodo barocco. Stessa storia: non parlavo d’altro, non facevo che comprare disegni tecnici, libri, scrivere a costruttori famosi, andare a cercare strumenti originali da provare.

Poi sono andato in Olanda, ho cominciato a lavorare come apprendista con due costruttori di clavicembali, dopo un po’ ho aperto il mio laboratorio e ho cominciato a vendere strumenti in tutto il mondo. Musicisti, orchestre e conservatori in Italia, Norvegia, Corea del sud, Israele, Panama, Canada… E un bel giorno mi sono accorto che, anche in questo caso, avevo approfondito abbastanza, non sentivo più nessuno stimolo ad andare oltre.

La gente spesso mi chiede se non abbia rimpianti, come è possibile che per tanti anni abbia fatto una cosa tanto speciale (a me pareva piuttosto ordinaria, ma va bene) e non senta nemmeno un po’ di nostalgia. Da parte mia so solo che i miei interessi speciali sono sicuramente intensi, moltissimo, ma una volta raggiunto un buon livello di approfondimento perdo letteralmente interesse e non c’è verso.

Mi è accaduto lo stesso quando ero un ragazzino con le automobili, o con le racchette da tennis quando giocavo a tennis, la cucina e la pasticceria o la mania di imparare a pilotare aerei. Periodi più o meno lunghi di tempo in cui nella mia vita non esiste altro che quello specifico argomento.

Poi ci sono le passioni. Ma quelle, almeno credo, sono qualcosa di differente.

Le passioni assomigliano molto agli interessi speciali, sembrerebbero uguali e in qualche caso possono anche iniziare così, ma col tempo cambiano; diciamo piuttosto che resistono al tempo. Non so nemmeno se sia giusto chiamarle passioni, certe cose, fa troppo romantico e a me il romanticismo è un periodo che non piace particolarmente.

Ci sono interessi talmente profondi verso certi argomenti da non esaurirsi così facilmente. Forse perché hanno a che fare con più lati della nostra vita, o perché l’argomento stesso si evolve tanto nel tempo da mantenere l’interesse costantemente attivo.

Nella mia vita ho sempre avuto tre di queste “passioni” o comunque interessi molto profondi e costanti: la musica, la scrittura e la psicologia. Ma la scrittura è per me una necessità pratica, più che un interesse. Io ho difficoltà a comunicare concetti di una certa profondità a parole, cose come i sentimenti, le emozioni, tutte le comunicazioni che hanno a che fare coi miei stati d’animo o il mio vissuto riesco quasi esclusivamente a comunicarle per iscritto. Va da sé che scrivere non è tanto un hobby o un interesse quanto un mezzo di comunicazione necessario, per quanto piacevole come attività.

La psicologia ho cominciato a studiarla da adolescente perché volevo capire dove fosse il problema, come mai non riuscivo a sentirmi come i miei coetanei e, soprattutto, come comprendere certi comportamenti altrui che mi risultavano piuttosto strani. Ma questo è rimasto un interesse tutto sommato anche “normale” come intensità.

La musica invece non fa testo. Con la musica ho scoperto fin da bambino di riuscire a comunicare e sentire emozioni, sentimenti e perfino idee senza l’interferenza delle parole. Per me è qualcosa che va al di là del concetto di interesse o addirittura di passione. La musica è talmente intrecciata a ogni aspetto della mia vita che non riuscirei a scinderla da me nemmeno volendo. Mi ha insegnato tanto, mi aiuta a gestire, comprendere ed esprimere le emozioni, mi permette di far sgonfiare meltdown e gonfiare il mio ego. Trascorrerei la vita attaccato al mio pianoforte o a un clavicembalo.
Perché tutto questo pippone sui miei interessi speciali? Perché credo che bisogni fare molta attenzione.

Gli interessi speciali possono essere un canale di comunicazione straordinario con la persona autistica. A me capita con la mia allieva di pianoforte appassionata di videogiochi: riesco a insegnarle la tecnica utilizzando le musiche dei videogiochi, o a proporle di imparare una cosa nuova utilizzando un linguaggio da videogioco, tipo che adesso passiamo al livello successivo, cose del genere.

Gli interessi speciali devono essere sostenuti e incoraggiati. Meraviglioso, stupendo, ma il problema è che spesso chi sostiene questa nobile tesi, lo fa non perché l’autistico quando si trova immerso nel proprio interesse speciale stia benissimo e basta, ma perché questo stesso interesse potrebbe trasformarsi in un lavoro, una carriera, “inserirlo” nella società. Che ci sta pure, per carità, lo sostengo anche io. Però il mio pippone di sopra era per mostrare che, forse proprio per la loro intensità, a volte questi interessi svaniscono, ed è quindi un rischio puntare troppo su uno specifico interesse per costruire una carriera. E non scomodiamo personaggi come Bill Gates, che non sempre dice culo come nel suo caso (sempre che poi sia veramente autistico).

Spesso alle conferenze a cui partecipo suggerisco di trasformare la disabilità in talento, di sostenere e nutrire gli interessi speciali delle persone nello spettro autistico, interessi che non devono essere visti come una disabilità ma come una possibilità. Dico anche sempre, però, che vanno sostenuti prima di tutto perché “fanno stare bene”. Spiego che l’idea di trasformare un interesse speciale in un talento non ha nulla a che fare con la creazione di un genio, che per talento intendo un’abilità, e nient’altro. Ognuno può sviluppare un proprio talento, nessuno deve per forza trasformarsi nel prossimo Bach, Einstein o Feynman, la mia idea di talento è puramente legata alla soddisfazione della persona. Che in qualche caso il talento si trasformi in una passione duratura va bene, ci mancherebbe altro. Ovviamente io avverto anche (soprattutto i genitori neurotipici) che spesso quando poi una passione si converte in lavoro, muore miseramente di noia, e che le aspettative sono sempre pericolose.

Insomma, tante parole per dire che gli interessi speciali sono parte di noi autistici, ci fanno stare bene, che quando siamo presi dal nostro interesse non esiste il tempo e potremmo andare avanti per ore. E ovviamente quando ti dedichi tanto a qualcosa – a volte – diventi bravo, particolarmente bravo. Questo è molto bello, e sarebbe ancora più bello se potessimo dedicarci ai nostri interessi godendoci la soddisfazione che ne ricaviamo senza dover necessariamente avere uno scopo. Trasformare la disabilità in talento non ha nulla a che fare con trovare uno scopo a un talento naturale, ma semplicemente non ostacolarlo, lasciare che faccia il proprio corso, magari mettere a disposizione un aiuto e lasciare che quella persona impari, si diverta, stia bene con il proprio interesse.
E adesso vado a suonare, un’oretta prima di cena non me la toglie nessuno!

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